I giorni scorsi, trovandomi fondamentalmente in accordo con il pensiero di Gennaro Carotenuto sull’Infosolidarietà Internazionale, ho leggermente polemizzato con chi si “scandalizzava” della non discesa in piazza del popolo italiano al fianco del popolo birmano. Ma oggi? Oggi sembra che l’argomento sia diventato demodé e gli argomenti all’ordine del giorno sono altri. Quindi? Tutto a posto? Tutto finito? E’ arrivata la democrazia in Birmania? No, tutto come prima o quasi, cioè peggio di prima.

La giunta militare al comando della Birmania (rifiutandoci di chiamarlo il governo) ha appena annunciato la costituzione del “Constitution Drafting Commission”, tappa che dovrebbe portare in un futuro lontano alla democrazia. La commissione è presieduta dallo “Chief Justice” Aung Toe. In risposta alla pressioni internazionali affinché ci sia apertura verso le posizioni dell’opposizione guidata da Aung San Suu Kyi (democraticamente eletta nel 1990 ma mai potuta salire al potere) la giunta fa sapere che procederà solo seguendo il proprio piano di riforme in sette step. Al momento solo il primo step riguardante il disegno delle linee guida della nuova costituzione è stato completato, ed ha richiesto 10 anni!
Intanto sempre la giunta ci fa sapere che sono state detenute nei giorni scorsi oltre 3000 persone, più o meno connesse con la rivolta, e che ancora diverse centinaia continuano ad essere trattenute ed altre ancora sono tuttora ricercate. La sede londinese di Amnesy International parla invece di un crescente numero di report dalla Birmania che raccontano di uccisioni, torture, mancanza di cibo e medicinali in carceri sovraffollate sparse per tutto il paese.

Fonte Internanational Herald Tribune